La strategia di Roma nell’accordo commerciale euroatlantico
Ecco cosa chiederà Letta a Obama
“La cultura non è un calzino!”. Così, Pascal Lamy, aveva tuonato qualche giorno prima che iniziassero i negoziati per la creazione dell’area di libero scambio tra l’Europa e gli Stati Uniti. Un monito, quello di Lamy, lanciato più in corda al suo essere francese, impegnato nella difesa della lingua madre e dell’audiovisivo, che da direttore generale dell’Organizzazione mondiale per il commercio. Una presa di posizione che fa capire quanto la posta in gioco sia alta, al di là del desiderio unanime di voler liberalizzare e integrare i mercati di due superpotenze, un po’ appannate, come il Vecchio continente e il nord America. E che il commercio internazionale sia un veicolo fondamentale per consentire margine di manovra per i governi, e soprattutto di guadagni per le imprese in sofferenza, lo dimostrano i dati pubblicati ieri dall’Istat. di Giancarlo Salemi

“La cultura non è un calzino!”. Così, Pascal Lamy, aveva tuonato qualche giorno prima che iniziassero i negoziati per la creazione dell’area di libero scambio tra l’Europa e gli Stati Uniti. Un monito, quello di Lamy, lanciato più in corda al suo essere francese, impegnato nella difesa della lingua madre e dell’audiovisivo, che da direttore generale dell’Organizzazione mondiale per il commercio. Una presa di posizione che fa capire quanto la posta in gioco sia alta, al di là del desiderio unanime di voler liberalizzare e integrare i mercati di due superpotenze, un po’ appannate, come il Vecchio continente e il nord America. E che il commercio internazionale sia un veicolo fondamentale per consentire margine di manovra per i governi, e soprattutto di guadagni per le imprese in sofferenza, lo dimostrano i dati pubblicati ieri dall’Istat. A maggio la bilancia commerciale italiana ha registrato un avanzo di 3,9 miliardi nei primi cinque mesi di quest’anno, meglio di quanto fatto nell’intero 2012. E non è un fattore da sottovalutare, riguardo l’accordo con gli Stati Uniti, che il surplus deriva dal commercio con i paesi extra Ue, in crescita di 3 miliardi, più che da quello con i paesi europei, in crescita di soli 0,9 miliardi.
Ecco che, da una parte, per la questione della cultura, e, dall’altra, per l’esplosione del Datagate, i negoziati fortemente voluti dal presidente Barack Obama sono partiti in salita. Un primo round di incontri si è avuto la scorsa settimana a Washington, un nuovo appuntamento è previsto a metà settembre a Bruxelles. Gli sherpa sono al lavoro per cercare di arrivare quanto prima a una prima bozza di lavoro comune, ma non sarà affatto facile.
Ecco che, da una parte, per la questione della cultura, e, dall’altra, per l’esplosione del Datagate, i negoziati fortemente voluti dal presidente Barack Obama sono partiti in salita. Un primo round di incontri si è avuto la scorsa settimana a Washington, un nuovo appuntamento è previsto a metà settembre a Bruxelles. Gli sherpa sono al lavoro per cercare di arrivare quanto prima a una prima bozza di lavoro comune, ma non sarà affatto facile.
In questo caso infatti non si tratta (solo) di abbattere le tariffe doganali. Un report curato dalla Confindustria dimostra come queste siano ai minimi tra i due lati dell’Atlantico: “Il profilo tariffario degli Stati Uniti è piuttosto favorevole all’export italiano – si legge – con ampi segmenti di prodotti nelle fasce tariffarie basse e un numero relativamente ridotto di picchi e di nostri prodotti nelle fasce alte e medio-alte. Delle 350 voci che costituiscono oltre l’80 per cento dell’export nazionale, 325 sono a dazio zero o a dazi pari o inferiori al 10 per cento”. I veri dazi dunque che impediscono il commercio sono le barriere non tariffarie, i regolamenti che Europa e Stati Uniti, 27 paesi e 50 stati, applicano in modo differente, spesso in senso protezionistico a difesa delle proprie industrie. Un esempio? L’Europa chiede l’apertura del mercato marittimo americano che attualmente richiede che il trasporto su cargo tra porti statunitensi avvenga su navi di proprietà ed equipaggio americani al 75 per cento. Gli Stati Uniti rispondono chiedendo di aprire alla coltivazione dei campi a base di ogm sapendo che in Europa è praticamente bandita mentre negli Usa il 93 per cento di soia e l’88 per cento di mais è modificato geneticamente. E si potrebbe andare avanti settore per settore, dall’Auto al tessile, dal mobile alla farmaceutica. E l’Italia? Come guarda a questa partita che, secondo uno studio commissionato dall’Unione europea al londinese Centre for Economic Policy Research, se l’accordo venisse raggiunto significherebbe per l’economia europea una crescita del pil di 119 miliardi di euro l’anno, l’equivalente di 545 euro per ogni famiglia?
Il governo Letta è favorevole ai negoziati. In base a un documento che il Foglio ha potuto consultare il nostro esecutivo è stato tra i promotori già in una cena al G8 di Camp David, nel maggio 2012, di una accelerazione dei lavori. “L’importante – si legge nel documento arrivato sulla scrivania del presidente del Consiglio – è l’apertura del mercato degli appalti a tutti i livelli, compreso quello sub-federale”. Questa per il governo italiano è la vera partita. Perché all’Obama che oggi vuole fare il liberista (forte di un accordo con l’Ue potrebbe riproporre lo schema vincente con la Cina e altre economie emergenti) corrisponde un Obama ultra protezionista che nell’estate del 2008 lanciò il cosiddetto programma “Buy American”, impedendo di fatto alle aziende non statunitensi di partecipare alle gare di appalto nei lavori pubblici e nell’edilizia.
Non solo. L’Italia preme anche per trovare una soluzione per tutelare le “indicazioni geografiche” nel mercato americano, ovvero riuscire a superare l’annoso problema dell’Italian sounding, il richiamo ai prodotti italiani anche se italiani non sono: basti pensare che negli Stati Uniti sugli scaffali dei supermercati per ogni prodotto nostrano ce ne sarebbero altri 3 che d’italiano hanno solo l’apparenza; un mercato che vale oltre 50 miliardi di euro annui e potrebbe far decollare il nostro export agroalimentare.
Ma vantaggi dall’accordo arriverebbero anche per l’industria dell’Auto in difficoltà soprattutto in Europa, e lo testimoniano i dati pubblicati ieri dall’Associazione dei costruttori europei (Acea): le vendite di automobili sono ferme ai livelli del 1996 con la Fiat, sempre più americana e proiettata nell’acquisizione di Chrysler a Detroit, che perde ulteriori quote di mercato e accusa un calo delle immatricolazioni del 13,6 per cento nel mese di giugno a confronto con l’anno precedente (e segue un calo dell’11 per cento delle vendite del Lingotto registrato a maggio). Un accordo tra Washington e Bruxelles, in questo contesto, sarebbe un sollievo per i costruttori: grazie a semplificazioni e al riconoscimento reciproco degli standard ambientali e produttivi il mercato a quattro ruote potrebbe infatti registrare una crescita del 150 per cento dell’export dell’Europa verso il nord America.
Come si vede la partita sull’accordo di libero scambio è appena agli inizi. Con gli Stati Uniti, l’Italia ha un interscambio di 26 miliardi di euro che ha un solido avanzo commerciale di oltre 15 miliardi, grazie a settori “core” come la meccanica, la moda, e l’alimentare.
Come si vede la partita sull’accordo di libero scambio è appena agli inizi. Con gli Stati Uniti, l’Italia ha un interscambio di 26 miliardi di euro che ha un solido avanzo commerciale di oltre 15 miliardi, grazie a settori “core” come la meccanica, la moda, e l’alimentare.
Letta vuole dirigere la partita in prima persona. Almeno per due ragioni. La prima è più di cuore: qualche anno fa Letta è stato un giovane e apprezzato ministro dell’Industria e del commercio, e queste tematiche le conosce bene. La seconda è che nel suo esecutivo non vi è un vero ministro che segua direttamente il commercio internazionale. L’ultimo, ma sette anni fa, fu Emma Bonino, che però oggi siede alla Farnesina e ha già tanti dossier aperti: dalla Siria all’Egitto, dal caso marò a quello kazacho e per il commercio ha immaginato un piano di “diplomazia della crescita” che sembra più una chimera per feluche che una risposta alle esigenze delle imprese.
di Giancarlo Salemi